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evento Famiglia Oltre la SM

Organizzato da Aism Taranto
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Un ringrazionmento da parte della nostra associazione per l’organizzazione alla sezione provinciale Aism che ha reso possibile la realizzazione di questo incontro/evento finalizzato alla condivisione, la famiglia e il sociale fortemente sentito in tutta la Puglia e in questo contesto realizzato a Taranto c/o l’Hotel Al Faro, dando onori e merito alla missione comune e alla location, é stato un weekand di informazione e confronto per persone con sclerosi multipla e i loro partner, finalizzato allo sviluppo della famiglia, della persona e della qualità della vita.

Una rappresentanza della nostra associazione presente, e sempre attenti agli eventi di utilità sociale, ringrazia l’organizzazione Aism di Taranto e la struttura ospitanteAl Faro hotel ristorante per l’accoglienza ricevuta.

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato da parte dell’addetto stampa Aism Giusy Loscalzo
Sabato 13 e domenica 14 giugno 2015 a Taranto, presso l’hotel ristorante “Al Faro”, si è tenuto un incontro intensivo di informazione e confronto per persone con sclerosi multipla e i loro partner.
Lo scorso week end Taranto è stata protagonista sul territorio regionale della realizzazione del primo evento “Coppie e SM”, promosso dal Coordinamento regionale AISM Puglia e dedicato alle persone che convivono con la SM e i loro partner.
locandina (4)Il progetto è nato dall’esigenza di offrire un percorso di informazione e di confronto sull’impatto della SM all’interno della coppia e della famiglia offrendo alle persone con SM e ai loro partner un percorso di approfondimento e di consapevolezza sia come coppia individuale, sia relazionale attraverso in confronto diretto con professionisti e con altre coppie che affrontano situazioni simili.
Per far comprendere alle coppie come vivere con la SM si è svolto un laboratorio teorico-esperenziale condotto dalla Dott.ssa Ilaria Cinieri, psicologa AISM sezione di Taranto, e dalla Dott.ssa Silvia Vitiello, psicologa AISM sede di Roma che insieme hanno supportato ed orientato le 16 coppie partecipanti al progetto verso il raggiungimento degli obbiettivi tesi a:
migliorare la capacità di gestione della SM;
Offrire momenti di confronto tra pari, come risorsa per scambiare punti di vista, emozioni e storie personali
Aiutare lo sviluppo delle capacità e potenzialità individuali per affrontare le sfide della SM nella coppia
Diminuire le possibilità di auto isolamento sociale dei destinatari
Offrire strumenti specifici e differenziati per comprendere l’impatto della SM
Ancora una volta nella nostra amata Puglia AISM, l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, si fa promotrice di una iniziativa volta a realizzare la sua missione sociale: essere l’Organizzazione non profit che in Italia interviene a 360 gradi sulla sclerosi multipla attraverso la promozione, l’indirizzo e il finanziamento della ricerca scientifica, la promozione e l’erogazione di servizi nazionali e locali, la rappresentanza e l’affermazione dei diritti delle circa 75 mila persone con SM.
Nella nostra regione sono circa 5.000 le persone colpite da sclerosi multipla.
Attraverso la sua presenza sul territorio AISM fa sì che si realizzi il suo credo: “la piena inclusione sociale e la miglior qualità di vita possibile”, da cui deriva la visione di creare “un mondo libero dalla sclerosi multipla”.
Se la missione esprime il fine verso cui AISM tende, i valori determinano il paradigma di riferimento in cui l’Associazione si riconosce e rappresentano i parametri utilizzati nell’apprezzare la correttezza delle scelte di gestione effettuate.
Il valore fondamentale dell’Associazione, e quindi anche il criterio che guida ogni sua scelta, è la persona.
La centralità della persona rappresenta un valore universale al di sopra delle norme, applicabile senza differenze di tempo e di spazio. Tale impegno morale implica una rinuncia a priori a tutte le scelte che non rispettano l’integrità fisica, culturale e morale della persona.

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Sul crollo di Vico Reale a Taranto...

VICOREALE

Articolo rappresentativo del crollo di Vico Reale a Taranto:

Il 13 maggio del 1975 in questo vicolo crollò il solaio di un’abitazione e 6 persone persero la vita. E’ facile intuire in che condizioni di degrado fosse caduta Taranto vecchia prima degli interventi di risanamento. La zona in cui sorge Vico Reale, è una di quelle dove nella seconda metà dell’Ottocento venne realizzato un numero incontrollato di sopraelevazioni arrivando davvero al limite delle possibilità statiche. Venne occupato qualunque spazio libero, anche quelli vitali.
Una delle conseguenze dell’eccessivo numero di abitanti che pesava sulla città vecchia è il progressivo decadimento dei quartieri, che negli anni ’70 è poi sfociato nell’inesorabile abbandono da parte degli abitanti. L’esodo è stato solo in parte bloccato dal lento, ma continuo, intervento di recupero e restauro della città vecchia.

Con VICO REALE entriamo in una struttura a corte tipica del mondo mediterraneo medievale, in cui si svolgeva gran parte della vita comune degli abitanti. Dignitose abitazioni di questo tipo erano destinate ad alcune fasce del popolo. Sin dal 1300 a Taranto c’erano case con scale di ingresso all’aperto, ma l’angolo ritratto nella foto rappresenta uno dei pochi esempi rimasti. La loggetta che copre questa scala di accesso al primo piano è di epoca molto più recente ed evidenzia i risultati più o meno sindacabili dell’intervento di restauro.

Approfondimenti Il crollo di Vico Reale

La Persefone Gaia

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«Quella di Persefone è una statua che ha “vissuto” a Taranto nel quarto secolo avanti Cristo, poi è stata trafugata, venduta, sezionata, ricomposta ed è finita, nel 1915, a Berlino, in Germania, ma dietro la sottrazione di questa opera d’arte unica nel suo genere vi è un giallo che qualcuno vuol mantenere inestricabile e nel quale sono coinvolte notissime famiglie tarantine che, all’epoca dei fatti, si arricchirono con il tesoro della Persefone Gaia, la dea seduta in trono. Io e la mia associazione ci battiamo perché venga ristabilita la verità dei fatti e si possa chiedere al governo tedesco la restituzione della statua.» Barba bianca, fattezze greche che scolpiscono un viso abbronzato, il professor Vittorio Del Piano, 55 anni, insegnante all’Accademia di belle arti di Bari, sintetizza così uno dei più appassionanti e (finora) irrisolvibili gialli dell’archeologia. La vicenda ha forse trovato il suo Indiana Jones nel professore, che ha raccolto le confidenze di un anziano avvocato tarantino, custode di documenti di indubbio interesse. Questo rinfocolerà polemiche e sospetti, visto che in Italia molti si muovono per riavere la statua e la Germania teme di perderla. Al punto che, all’ultimo minuto, ne è stato impedito il trasferimento temporaneo alla colossale mostra su I Greci in Occidente a Venezia. L’opera figura in catalogo tra quelle esposte, ma il visitatore non la trova. I tedeschi hanno temuto di non riaverla indietro? «Persefone», racconta Del Piano, «divinità degli inferi, era venerata sulle rive dello Jonio a pochi chilometri da Taranto, a Satùro, in un tempio in grotta, su una sorgente di acqua dolce, dove la dea accoglieva i coloni che provenivano dalla Grecia e dalla Sicilia, per commerciare o fondare città nella Magna Grecia. «Immaginate com’era questo posto», esorta il professor Del Piano, indicando il canneto che nasconde la zona dell’antico santuario, «le pietre enormi a basamento del tempio e lì la statua, assisa sul trono, con in mano uno scettro d’oro massiccio del peso di una decina di chili e nell’altra, aperta a palmo, semini di melograno che in realtà erano rubini, smeraldi, zaffiri, topazi e altre pietre preziose. Il colono approdava su queste coste a bordo di zatteroni malsicuri, un po’ come gli albanesi oggi. E a Satùro, oltre al tempio, trovava un vero e proprio mercato: cibo, abiti, lucerne votive da acquistare, per donarle a Persefone. Tutti, comunque, portavano una moneta d’oro da lasciare in segno di devozione alla divinità che li aveva salvati dai pericoli del viaggio in mare. Ma un giorno…». Un giorno di venticinque secoli fa, spiega Del Piano, accadde o stava per accadere qualcosa di terribile, che convinse gli abitanti di Saturo a trasferire la divinità a Taranto «Il tutto», narra Del Piano, «fu seppellito nell’entroterra della città, in attesa di tempi migliori. Il simulacro della dea pesava sette tonnellate e mezzo, era alto un metro e mezzo e largo 70 centimetri ed era accompagnato da una quantità incredibile di ex voto riproducenti l’immagine di Persefone in oro, in argento o in bronzo. Per il succedersi di chissà quali vicende, questo tesoro fu dimenticato in un pozzo, dove rimase fino ai primi mesi del 1912, quando un certo signor Giacomo Perrone acquistò dal signor Cesare Cacace un pezzo di terra edificabile tra via Mazzini e via Duca degli Abruzzi, a Taranto. Nel febbraio del 1912 era in corso lo scavo del perimetro del terreno e delle fondazioni, alla presenza di un funzionario della Sovrintendenza e di un tale Antonio Palma, che rappresentava gli interessi del Cacace. Dei lavori di sterro si occupava la ditta di Cosimo Manzo, allorché la statua affiorò», prosegue Vittorio Del Piano. «Da quel momento iniziò il giallo, perché una serie di complicità fecero sparire, oltre alla statua, il tesoro (del cui ritrovamento circolò solo clandestinamente la notizia). La statua fu trasportata, con l’aiuto di Damiano Palma, Francesco Longo e Cosimo Abattematteo, tre operai della ditta, a Monteparano, a casa della suocera di Cosimo Manzo, e fu venduta al marchese Francesco Saverio de Mayde». Come può Del Piano fare un racconto così dettagliato, con nomi, cognomi e circostanze precisi? La sua fonte è l’ottantacinquenne avvocato Temistocle Scarinci, suo concittadino, che custodisce documenti e confidenze affidatigli, prima di morire, da uno storico locale. Scarinci conferma anche a noi, sinteticamente, quello che sa. Questa storia, a Taranto, tocca famiglie di nome, crea imbarazzi. Ecco un rapporto della Guardia di Finanza di Bari del 21 marzo del 1934 firmato dal capitano Giuseppe Tricoli. Secondo il verbale, il marchese Francesco Saverio de Mayde convinse i tre operai a trasportare la statua fino a Eboli, in provincia di Salerno, e ad aspettarlo lì, nella prima taverna a sinistra entrando in paese. Il compenso fu di 300 lire a testa per il trasporto, oltre alle quattromila lire per la statua. A Eboli la Persefone Gaia venne affidata a Lucio Santovito, zio del marchese De Mayde, e in quella città rimase due anni. Ma, all’annuncio di una perquisizione della Guardia di Finanza, il proprietario della casa colonica, non essendo riuscito a distruggerla, la gettò in un sotterraneo sotto la paglia e il letame. Alcune fotografie cominciarono a circolare a Napoli e Francesco Saverio de Mayde finì per vendere la Persefone Gaia per 13 mila lire a un antiquario. Fin qui il rapporto della Finanza. Il resto dell’odissea della Persefone Gaia fu ricostruito da un francese. Dal cui libro, Tarente, s’apprende che il nuovo proprietario della statua, l’antiquario, ne tagliò la testa e spedì, in due fasi successive, il tronco e la parte superiore in Francia. Fu l’antiquario bavarese Hirsch che si incaricò di esporla a Parigi, ammirata da tantissimi visitatori, compresa l’ex imperatrice Eugenia. Il museo del Louvre ventilò l’intenzione di acquistare questa splendida opera d’arte dell’arcaismo maturo, ma il mercante che trattava l’affare parlò dapprima di 500 mila franchi, poi di un milione, infine di due. Si trattava di lanciare una sottoscrizione, ma sopravvenne la prima guerra mondiale. La statua fu posta sotto sequestro come «proprietà presunta di un tedesco», l’antiquario Hirsch appunto. E qui il giallo si infittisce, perché da Palermo giunse nella capitale francese un tale Tommaso Virzì, sbandierando documenti che provavano inoppugnabilmente che lui era il proprietario della Persefone Gaia. «Questi documenti», sostengono Vittorio Del Piano e l’avvocato Temistocle Scarinci, «erano fasulli, perché mai una Sovrintendenza alle belle arti avrebbe potuto rilasciare una patente di proprietà privata per un’opera unica al mondo. Tutto ciò, unito alla presenza di un funzionario della Sovrintendenza durante lo scavo, come accertato dal capitano Giuseppe Tricoli della Finanza, dimostrerebbe la collusione tra alcuni apparati dello Stato dell’epoca e i commercianti di materiale archeologico, fino al punto di fornire “carte false”. «Virzì ottenne l’autorizzazione per esportare l’opera a Ginevra, dove fu acquistata il 10 dicembre del 1915 per oltre un milione di marchi, grazie alla sottoscrizione aperta dall’imperatore Guglielmo II, che versò 500 mila marchi». L’opera fu subito esposta al Pergamon Museum di Berlino e ricevette l’omaggio degli archeologi e degli amanti dell’arte antica. «Nel 1925 ci fu l’acquisto di altri otto frammenti della statua, il che permise di completare il trono, e dimostra», commenta Del Piano, «che a Taranto circolavano ancora dei pezzi, custoditi nelle segrete stanze di famiglie notabili». In quegli anni, lo studioso di arte antica Wilhelm Pick ipotizzò che la statua fosse stata rinvenuta, a Locri, in Calabria, e non a Taranto. «La pista calabrese, però, fu abbandonata per molti decenni fino a quando», racconta Del Piano, «Temistocle Scarinci, io e gli altri del gruppo Mediterranea non lanciammo la proposta del ritorno a Taranto della dea. Alcune settimane orsono uno studioso di Locri, Gaudio Inocepora, ha riferito il racconto di tal Giovanni Giovinazzo un contadino che nel 1966 rivelò di aver partecipato, nel 1905 a Locri, al ritrovamento della statua e di aver giurato a un certo Vincenzo Scannapieco, amalfitano di origine, che mai e poi mai avrebbe rivelato l’eccezionale scoperta. «Ma la pista di Locri è priva di fondamento», assicura Del Piano, «nella Locride non c’è alcun riferimento religioso cui abbinare il presunto ritrovamento, mentre qui a Satùro l’esistenza del tempio è più che comprovata. E poi, guardi questa moneta», dice e mostra un pezzo in argento massiccio, di 43 grammi, da lui ritrovato nel recinto del tempio di Satùro: una moneta raffigurante la Persefone Gaia e con sul retro, una quadriglia alata. «Qui si batteva persino moneta con l’effigie della dea, il che prova l’importanza che il santuario aveva per la gente del tempo». Entriamo con Del Piano nel recinto del tempio, dove 25 secoli orsono i coloni sopravvissuti alla furia del mare s’inginocchiavano e deponevano i loro ex voto dinanzi a Persefone. «Ho trovato la moneta durante una passeggiata come questa», rivela Del Piano, «perche la storia della dea è emblematica dello stato di abbandono delle nostre opere d’arte. Qui vengono ancora i tombaroli e portano via anfore, vassoi, lacrimatoi e altro ancora sepolto». Del Piano scava con un coccio, mostra come sia facile asportare un repperto archeologico. Lo faccio anch’io e trovo un piccolo lucernario, un lacrimatoio decorato con un fregio a rilievo, il tappo di un’anforina. Nessuno me lo impedisce. Tra l’erba, tracce del passaggio dei tombaroli e calchi di anfore asportate. Fra tanta incuria, Del Piano spera. «Quando si avranno tutte le prove che nel 1912 ci fu un’illecita appropriazione della statua e del tesoro, convinceremo i tedeschi a restituirci la dea. E la rimetteremo qui, dove fu venerata». Persefone Gaia, dal museo di Berlino, guarda e se la ride. Dell’imbecillità degli italiani e di come abbiano dissipato gran parte del loro patrimonio artistico.

fonte wikipedia
Cenni storici Persefone Gaia